L’EVOLUZIONE DELLO SPORT AL FEMMINILE

La “Carta dei principi dello sport per tutti”, redatta nel dicembre del 2002, recita nel suo primo articolo:

“Praticare lo sport è un diritto dei cittadini di tutte le età e categorie sociali.”

Per arrivare a questo ci sono voluti molti anni, e ancora oggi ci sono differenze di genere.

Per gran parte della storia, la donna infatti è stata esclusa dalla pratica sportiva, poiché la sua immagine era quella di una donna curata, dedita alla famiglia, che incarna valori quali bellezza, grazia, sensibilità, che in molti sport non sono presenti.

Se facciamo qualche passo indietro, e torniamo all’antica Grecia, la pratica sportiva non aveva alcun carattere ludico, ma serviva ben si a preparare gli uomini alla guerra.

Un primo ingresso delle donne nel mondo sportivo, si può già far risalire al 776 a.c. (primo anno dei giochi olimpici), durante i quali furono inseriti giochi minori, con significato rituale, chiamati EREI, dedicati ad Era la moglie di Zeus, che consistevano in una corsa di circa 150 mt, dove le giovani dimostravano di essere mature e pronte al matrimonio.

Le prime olimpiadi dell’era moderna si svolsero ad Atene nel 1896, le donne vi furono escluse, poiché secondo Pierre de Coubertine, barone francese, fondatore del CIO (Comitato Olimpico Internazionale), la loro partecipazione sarebbe stata poco pratica, priva di interesse, antiestetica e scorretta.

Solo quattro anni dopo, alla seconda edizione, quella di Parigi del 1900, le donne presero parte ai giochi, concorrendo in discipline come il tennis su prato, il croquet, la vela e il golf.

Nel 1922 e nel 1926, furono organizzati a Parigi e Goteborg, i giochi mondiali femminili, che ebbero un successo tale da minacciare di oscurare i giochi olimpici, così che il Comitato Olimpico Internazionale, decise di ammettere la partecipazione dell’atleta donna ai giochi di Amsterdam del 1928.

Nel corso degli anni, nonostante la discriminazione le donne vennero ammesse ad un numero sempre maggiore di discipline, grazie anche alle pressioni di numerose società sportive femminili europee; fino ad arrivare alle olimpiadi di Londra 2012, dove con l’introduzione della boxe femminile, non vi sono più sport che non vedono la partecipazione delle donne.

Lo sport è un fenomeno che coinvolge il mondo intero, uomini e donne, con una predominanza maschile, che ha caratterizzato tutta la storia, e che ancora oggi evidenzia differenze di genere; differenze originarie e naturali, che distinguono l’uomo come il genere forte, competitivo e attivo, cioè sportivo; e la donna invece vista come il genere debole, remissivo e passivo, quindi sedentaria.

Differenze queste, che dopo molto tempo sono state oggetto di analisi, arrivando a definire che queste caratteristiche sono insite nei corpi, e che quindi ci sono attività sportive alle quali sono più portati gli uomini, ed altre in cui le donne, per le loro caratteristiche fisiche, sono meglio predisposte.

Lo sviluppo dell’attività sportiva nelle donne è un importante segnale di emancipazione femminile, poiché se prima la donna impegnata in attività sportive appariva come una deviazione alla femminilità, se si pensava che la pratica dello sport nelle donne potesse modificare la struttura fisica, renderle mascoline, e addirittura potesse modificare la loro sessualità, e se ancora agli inizi del Novecento la maternità era vista come alternativa allo sport, alla fine del 19° secolo, vi è un’esplosione di palestre, dove accanto a pratiche di massaggi e cura del corpo, si uniscono lezioni di ginnastica per donne; in questi stessi anni viene esteso l’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole anche alle donne, inserendo forme di ginnastica che, secondo alcuni, potevano impegnare la donna nella parte intellettiva e tendere ad accrescere l’utilità del corpo.

La diffusione degli sport femminili, avviene tra la fine dell’800 e inizi del 900, i primi a svilupparsi furono non solo quelli diffusi tra l’aristocrazia, ma anche altri, come il tiro con l’arco che pur essendo attività competitiva, viene svolta in occasioni cerimoniali. Il graduale mutamento della moda, facilita lo sviluppo dello sport al femminile, un esempio ne è la biciletta, che è un’occasione per simboleggiare oltre la libertà della donna, l’utilizzo di abiti meno formali e più funzionali al movimento.

L’avvento di regimi come il fascismo e il nazismo, rimangono tendenzialmente ostili alle competizioni atletiche femminili in pubblico.

Durante la seconda guerra mondiale le donne devono spesso assumere ruoli precedentemente riservati ai soli uomini.

Dopo gli anni sessanta, con il movimento femminista lo sport si consolida, nonostante vi sono ancora numerosi oppositori. Ma in breve tempo, grazie ad alcune atlete femminili, si assiste ad un rapido cambiamento, le ragazze affermano di voler praticare sport ed essere ricordate per i loro successi sportivi. E negli anni settanta l’aspetto del corpo nelle donne che praticano sport, inizia ad essere visto in modo positivo. Un evento di grande impatto di questi anni, fu la partecipazione femminile alla maratona di Boston, uno sport fino ad allora considerato troppo faticoso per la donna, dimostra che se è in grado di applicarsi regolarmente negli allenamenti, può raggiungere in fretta ottimi risultati.

Oggi, diversi studi affermano che le donne che praticano sport sia in modo agonistico che non, hanno una maggior stima di se.

Anche se negli ultimi anni le donne che praticano sport, sia con continuità che saltuariamente, sono aumentate, ancora oggi vi è un divario di 7/8 punti percentuali rispetto agli uomini che partecipano alla pratica sportiva, e gli sport maschili sono più rilevanti sia economicamente che culturalmente rispetto a quelli femminili.

Ciò è testimoniato anche dagli ultimi giochi olimpici di Rio De Janeiro dello scorso 2016, dove tra gli 11300 atleti che vi hanno preso parte, 6213 erano uomini e 5090 donne; tra questi vi erano 314 atleti italiani, di cui 170 uomini e 144 donne. Inoltre Federica Pellegrini, regina del nuoto, è stata la quinta portabandiera italiana a rappresentare l’Italia.

Grandi passi sono stati fatti, ma ancora tanto è da fare per diffondere lo sport in rosa.

 

a cura di Michela Rovescala